LA SIMBOLOGIA DEL NATALE E LE SUE ORIGINI

Nei paesi occidentali di matrice cristiana il 25 dicembre si festeggia la nascita di Gesù Cristo ma, in realtà, non c’è mai stata chiarezza sulla sua data di nascita, né unanime consenso tra le confessioni cristiane sulla legittimità delle celebrazioni natalizie[1]. Fu Papa Giulio I, nel 337 d.C., a far coincidere la ricorrenza della nascita di Gesù Cristo con il giorno dei festeggiamenti dei “Dies Natali Solis Invicti” (Il Natale del Sole Invitto), tradizione romana legata al culto mithraico che era diffuso nel mediterraneo nel II-I secolo a. C. e celebrava la rinascita del dio solare Mithra dopo il solstizio invernale. Inoltre, ancora prima dell’avvento del cristianesimo, sono sempre esistite celebrazioni solstiziali “pagane” (intese come non cristiane) che esortavano il ritorno del sole e l’allungamento delle giornate. Alcune delle usanze che caratterizzavano queste celebrazioni sono state tramandate nei secoli fino ai nostri giorni e, pur avendo perso la loro funzione originaria o assunto un significato diverso, hanno contribuito alla creazione di una simbologia natalizia che ancora oggi caratterizza questo periodo. Qui di seguito descriviamo alcuni dei simboli più diffusi del Natale e le loro origini:

L’agrifoglio

Arbusto sempreverde dalle bacche rosse e dalle foglie pungenti. Per il fatto che rimane verde anche nei mesi più freddi dell’anno, nell’antichità, esso fu considerato portatore di forza, protezione, rinnovamento e immortalità.

Nella tradizione celtica era usato per proteggersi e difendersi dalle influenze nefaste: le case le cui porte erano costruite con il legno di agrifoglio erano considerate protette dalle negatività, i guerrieri ne portavano con sé un rametto quando andavano in battaglia, molti carri da guerra erano costruiti con il suo legno e i druidi ritenevano che tenesse lontani i malanni invernali e che avesse il potere di ammansire una belva feroce o un cane rabbioso.

Gli antichi Romani lo regalavano agli sposi novelli come buon auspicio, ne usavano i ramoscelli come talismano contro gli spiriti maligni e, durante i Saturnali (feste che si celebravano dal 17 al 23 dicembre), lo portavano in dono al dio Saturno e si scambiavano dei rami come simbolo di amicizia.

I nativi dell’America Centrale lo piantavano vicino alle capanne per tenere lontani gli spiriti maligni, ne usavano il legno per le impugnature delle loro armi e ne facevano un decotto (il matè) che ha proprietà toniche ed energizzanti.

I primi cristiani lo usarono inizialmente per proteggersi dalle persecuzioni e, vedendo nelle foglie (corona) e nelle bacche (sangue) un richiamo al Cristo, lo inclusero gradualmente nelle decorazioni simboliche delle festività natalizie.

Il vischio

Il vischio è una pianta parassita sempreverde che cresce sugli alberi (di solito meli, pioppi e querce) e non ha radici a terra. Ha delle bacche perlacee che si raggruppano in numero di tre (numero sacro) e che maturano a dicembre, con un periodo di maturazione di nove mesi (stessa durata della gestazione umana).

I Celti lo consideravano una pianta sacra, caduta dal cielo (perché priva di radici) e benaugurale. Era il simbolo del solstizio d’inverno e poteva essere raccolto in quel periodo solo dai druidi. Al esso erano attribuite anche notevoli proprietà curative, tra le quali quelle di essere un rimedio contro l’infertilità.

Alcuni ritengono che la tradizione del bacio sotto il vischio deriverebbe dai rituali di fertilità celtici. Altri pensano che essa sia collegata alla leggenda scandinava secondo la quale la dea Freya, venuta a conoscenza del fatto che suo figlio Balder rischiava di essere ucciso dal fratello, Loki, chiese agli elementi Terra, Cielo, Fuoco e Acqua e a tutti gli esseri viventi, piante e animali, di garantire l’incolumità del figlio; tuttavia si dimenticò di rivolgersi al vischio perché non faceva parte né della Terra né del Cielo, per cui quando Loki lo venne a sapere ferì il fratello con un dardo fatto di rami di vischio e lo uccise. Freya pianse disperatamente il suo dolore per giorni: ad un certo punto le sue lacrime, a contatto con il dardo di vischio, si tramutarono magicamente nelle bacche perlate che contraddistinguono la pianta e Balder riprese vita. Grata di questo miracolo Freya promise la sua protezione a chi, passando sotto la pianta di vischio, si abbracciasse e baciasse per ricordare come la forza dell’amore possa sconfiggere la morte. Sembra che questa tradizione fosse così sentita nella cultura nordica da costringere anche i guerrieri nemici ad abbassare le armi e ad abbracciarsi.

Anche nella tradizione greco-romana il vischio era considerato una pianta sacra, portatrice di luce, protettrice e guaritrice di tutti i mali. Nell’Eneide, la Sibilla consiglia ad Enea di procurarsi un ramo d’oro, da molti studiosi inteso come un ramo di vischio (per via della colorazione che assume una volta seccato), per poter risalire dalla sua discesa negli inferi.

Infine, il fatto che nascesse dal cielo, che fosse da sempre considerato sacro e legato alle cerimonie solstiziali, ispirò anche i cristiani a introdurlo nelle festività natalizie come un altro elemento simboleggiante il Cristo.

La stella di Natale

Pianta originaria dell’America Centrale che, raggiungendo il massimo splendore durante il periodo natalizio e presentandone i colori tipici, è diventata recentemente uno tra i simboli più comuni del Natale.

Gli Aztechi la chiamavano Cuetlaxochitl: secondo alcuni significava “fiore dai petali resistenti come il cuoio”, per via della consistenza delle brattee, secondo altri significava “fiore che appassisce” e, rappresentando l’alternarsi dei cicli di vita e di morte, era strettamente collegata ai rituali religiosi inclusi quelli solstiziali. Il colore rosso che gli Aztechi pensavano derivasse dalle gocce di sangue di una dea morta per amore simboleggiava non solo la purezza ma anche il rinnovo della vita ottenuta tramite il sangue versato nelle battaglie e i sacrifici umani offerti al dio del sole. Gli Aztechi la usavano a fini cosmetici, medici e per la tintura degli abiti. Fu usata anche a fini decorativi, nei palazzi e templi sacri, soprattutto dall’ultimo imperatore azteco, Montezuma (1480 – 1520), che la fece coltivare come pianta sacra perché la considerava un dono degli dei.

Nel XVII secolo i missionari francescani insediati in una zona meridionale del Messico chiamata Taxco del Alarcon, nella quale la pianta era molto diffusa, la introdussero come elemento decorativo nelle celebrazioni religiose cristiane della natività e la chiamarono “stella di Natale” per via della sua forma. In Messico questa pianta si chiama anche “la flora de Nochebuena” (fiore della Notte Santa) in relazione alla leggenda messicana che narra di una bambina povera che, in una notte di Natale, non sapendo che dono portare a Gesù, raccolse un fascio di erbe e sterpi e questi si trasformarono in rami adorni di stelle rosse quando li ripose davanti all’altare.

Fu solo a partire dal XIX secolo che la pianta iniziò ad essere conosciuta e commercializzata nel resto del mondo grazie all’iniziativa di Joel Robert Poinsett, ex-ambasciatore statunitense in Messico, che al termine del suo mandato riportò alcuni esemplari della pianta in Carolina e iniziò a coltivarla. In suo onore la pianta prese il nome botanico Euphorbia Pulcherrima, detta Poinsettia.

Il ceppo di Natale

L’usanza di ardere il ceppo di Natale durante le feste natalizie è una tradizione presente in tutta Europa, dai paesi scandinavi fino all’area del Mediterraneo.

Il rituale di raccogliere un grosso ceppo di legno e bruciarlo nel focolare per scacciare l’oscurità del solstizio invernale, cogliere presagi e attrarre buoni auspici per l’anno nuovo esisteva già negli antichi rituali celtici e romani. Le decorazioni colorate applicate al ceppo di Natale erano un’usanza pagana e rappresentavano la luna, il sole, le stelle e le anime di coloro che erano morti durante quell’anno.

Le prime fonti scritte relative a questa usanza sono state trovate in una cronaca tedesca dell’XI secolo che descrive come le famiglie, in occasione della vigilia di Natale, si radunassero per bruciare un grosso ceppo di legno nel camino, come simbolo di buon auspicio per il nuovo anno.

La tradizione era talmente diffusa e talmente legata alle festività invernali che spesso il ceppo rappresentava esso stesso il Natale. Per esempio in Toscana la festa di Natale era anche chiamata “Festa del Ceppo”.

Le antiche tradizioni europee legate alla preparazione del ceppo prima di bruciarlo, alcune ancora seguite al giorno d’oggi, erano tra le più svariate: c’è chi metteva sopra al ceppo del cibo e del vino, chi lo spennellava di latte e miele e chi lo aspergeva d’acqua benedetta. Le ceneri erano spesso raccolte e sparse nei campi per assicurare un buon raccolto o mischiate al foraggio degli animali per garantire maggiore fertilità. I resti del ceppo erano spesso conservati e messi sotto il letto o bruciati durante i temporali per proteggersi dai fulmini.

In Francia, con il passare del tempo, alla tradizione di bruciare il ceppo nel focolare seguì quella di disporre un ceppo molto più piccolo, ornato di candele e foglie, come centrotavola e questo a sua volta fu sostituito in tempi più recenti, ma mantenendone il significato simbolico, da un dolce natalizio a forma di ceppo molto diffuso nei paesi francofoni che in Italia chiamiamo il “Tronchetto di Natale”.

Il presepe

Il termine presepe deriva dal latino prae (davanti) e saepes (recinto) e denotava perciò un luogo che aveva davanti un recinto (come una stalla o una mangiatoia). Oggi, quando si parla di presepe si pensa a una rappresentazione plastica della nascita di Gesù. L’origine di questa tradizione, tutta italiana, risale all’epoca di San Francesco che nel 1223 inscenò il primo presepe vivente durante la messa di Natale. Questo avvenimento, ritratto da Giotto nella Basilica Superiore di Assisi, stimolò l’interesse verso l’allestimento di presepi all’interno delle chiese in concomitanza con la celebrazione delle festività natalizie ma fu solo con il Concilio di Trento, nel 1563, che fu accettato dalla Chiesa Cattolica come espressione della religiosità popolare e la sua produzione si diffuse in tutta Italia. Se all’inizio i presepi avevano dimensioni statuarie ed erano realizzati solo nelle chiese, a partire dal Seicento, assumendo dimensioni più piccole, entrarono anche nelle case nobili, dove erano esposti come soprammobili o all’interno di piccole cappelle. Solo a partire dall’Ottocento questa tradizione si diffuse a livello popolare con figurini molto più ridotti in dimensioni.

Tuttavia, l’usanza di rappresentare scene bucoliche con delle statuine esisteva già nell’antica Roma e può essere ricondotta ai riti che si svolgevano in onore dei lares familiares. I lari erano gli antenati defunti che vegliavano sulla famiglia ed erano rappresentati con delle statuette di terracotta o di cera chiamate sigilla. Erano collocati in apposite nicchie all’interno delle case e onorati in particolari occasioni. Il 20 dicembre, durante i Saturnali, si svolgeva un rituale chiamato Sigillaria che comportava Io scambio tra parenti delle statuette dei familiari defunti durante l’anno. In attesa delle celebrazioni, il compito dei bambini era quello di lucidare le statuette, disporle in un piccolo recinto all’interno di una scenetta bucolica. Il rito prevedeva che le famiglie vi si riunissero intorno per invocare la protezione da parte dei lari, offrendo ciotole di cibo e vino. Il mattino seguente i bambini trovavano, al posto delle ciotole, giocattoli e dolci portati dai loro avi.

L’albero di Natale

L’albero di Natale è il simbolo per eccellenza del Natale. Si tratta, di solito, di un abete, e non a caso. La connotazione simbolica di rinnovo e nuovo inizio che gli fu attribuita fin dall’antichità si ritrova anche nelle radici del suo nome. Infatti, la parola a-bete è composta dalle due lettere iniziali dell’alfabeto greco (alfa e beta) e dell’alfabeto ebraico (alef e bet).

Nell’antica Roma, secondo Virgilio, i Romani usavano portare con sé un giovane abete augurale durante i Saturnali.

I Celti consideravano l’abete come uno degli alberi sacri, simbolo di rinascita e immortalità, con poteri divinatori per via della sua collocazione in zone elevate e montane e per via delle pigne che si aprono e si chiudono anticipando il sole o la pioggia.

Nella tradizione scandinava, durante le festività del solstizio d’inverno il dio Odino era rappresentato da un abete verde ornato di spighe.

Nel Medioevo, in Germania, il 24 dicembre, si giocava il “gioco di Adamo ed Eva” e si decoravano piazze e chiese con alberi da frutta e simboli di abbondanza per ricreare un’ambientazione paradisiaca. Gradualmente gli alberi da frutta furono sostituiti da abeti perché avevano una maggiore valenza “magica” per il popolo.

L’usanza di ergere un grande abete in un punto centrale della città in concomitanza con le festività natalizie fu lanciata nel 1441 dalla città di Tallinn in Estonia e si diffuse nel XVI secolo soprattutto nei territori germanici. Inizialmente legata alla vita pubblica, nel XVII e XVIII secolo, questa tradizione entrò anche nella sfera domestica in tutta l’Europa di lingua tedesca a nord del Reno.

Considerata a lungo un’usanza pagana fu introdotta nei paesi Europei cattolici solo nel XIX secolo: a Vienna per volere della principessa Henrietta von Nassau-Weilburg, in Francia grazie alla duchessa di Orléans e in Italia fu la regina Margherita a chiedere l’addobbo di un albero di Natale nel Quirinale. A partire dai primi anni del Novecento la tradizione dell’albero di Natale si diffuse nel resto del mondo e diventò il simbolo più universalmente riconosciuto del Natale.

MP

[1] Nel XVI secolo i riformatori protestanti contestarono la celebrazione del Natale il 25 dicembre, considerandola un refuso delle tradizioni pagane. In Inghilterra durante, il governo Cromwell, le festività Natalizie furono addirittura vietate.

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